Tentazioni di sant'Antonio abate
Bernardo Parentino

Le tre tavolette dovevano fare parte frose di un più grande polittico smembrato, di cui costituirono con ogni evidenza la predella. Oppure esse costituivano un'atipica sequenza autonoma.

I tre episodi si riferiscono alla vita di sant'Antonio abate, vicenda agiografica assai antica e particolarmente diffusa. La vita del Santo, vissuto tra il 250 e il 356, ci è nota infatti dalla biografia scritta da Sant' Atanasio nel IV secolo ed ampliata da San Girolamo; il successo del tema nelle arti figurative verrà però consacrato in seguito alla sua divulgazione, nel XIII secolo, ad opera della "Leggenda Aurea" di Jacopo da Varagine. Sant'Antonio venne ben presto considerato il patriarca del monachesimo, per la sua lunga consuetudine con la vita eremitica e le sue capacità taumaturgiche.

Assai note sono poi le tentazioni che il demonio avrebbe presentato al Santo durante il suo romitaggio, mostrandosi a lui sotto diverse spoglie. Il ciclo di Parentino illustra alcuni episodi salienti della vita del Santo.

La prima presenta la scena del giovane Antonio che, ancora sontuosamente abbigliato, dona i suoi beni ai poveri, volendosi dedicare alla vita di solitudine e meditazione. Sul retro della tavola si legge la scritta antica "CDEC. ORA. PRI.", interpretata da Safarik come "Decet oratio principem" ("La preghiera si addice al principe").Nella seconda tavola viene illustrato l'incontro del Santo, già caratterizzato dal vestito da monaco e dal bastone in forma di "tau" da pellegrino, con i demoni: uno di essi, chiaramente individuato dalle orecchie di satiro, tenta di distoglierlo dalla vita ascetica offrendogli un mucchio di monete.

La terza e più inquietante scena vede il Santo oggetto di percosse e maltrattamenti da parte dei diavoli, che si presentano nelle forme più mostruose, a voler incarnare i vizi che, sotto spoglie animalesche, tentano di aggredire l'uomo virtuoso: uno di essi è in atto di stracciare un libro di preghiere o forse la Regola dell'anacoreta.

Da notare che in quest'ultima scena Parenztino si servì per la raffigurazione dei demoni di una stampa di Martin Schongauer, maestro di Dürer, richiamandosi dunque ad una già consolidata tradizione iconografica del tema.Il trittico si colloca in una fase già matura del maestro, probabilmente nel nono decennio del Quattrocento, epoca in cui l'istriano è documentato alla corte di Mantova.

Nelle tavole va riscontrato un rilevante rapporto con Mantegna. In particolare lo schema della battaglia è stato messo in relazione ad un altro dipinto di Parentino, raffigurante una "Battaglia" (Isolabella, Collezione Borromeo), mentre il fregio di putti si lega ad un sarcofago ritratto in taccuino eseguito da un artista della cerchia di Squarcione, modello che Parentino poteva facilmente conoscere.

Del resto lo stesso Bernardo fu autore di una serie di disegni antiquariali molto vicini alle opere di Mantegna e della cerchia squarcionesca.Nonostante il deciso debito mantegnesco, anche per quanto riguarda le fisionomie severe e calligrafiche dei personaggi e l'impaginazione del paesaggio aspro e minutamente descritto (si veda il secondo episodio con "La tentazione del denaro" ), il linguaggio del Parentino è nutrito di altri ben percepibili fermenti: la "pietrosità" dei corpi, fatti di masse quasi rocciose, risale al contatto con la pittura padovana della cerchia di Squarcione e, ancor più indietro, al locale esempio di Donatello; lo spirito febbricitante delle figure e del racconto e la vena di accesa fantasia onirica, connotati estranei all'opera di Mantegna, deriva invece dagli esempi ferraresi di Cosmè Tura ed Ercole de' Roberti, ai quali si riallaccia anche nell'aspetto "materico" della pittura, dalle tinte a tratti fredde.Le tre tavolette, già registrate come opera di Mantegna nel catalogo fidecommissario del 1819, furono restituite a Parenzano già da Cavalcaselle (1873).