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Il dipinto, uno dei pezzi più importanti della collezione
Doria Pamphilj ed in assoluto uno dei capolavori del ritratto in
tutto il XVII secolo, raffigura uno dei personaggi chiave della
famiglia, ossia Giovanni Battista Pamphilj, papa dal 1644 al 1655
con il nome di Innocenzo X. Il ritratto non nasconde la bruttezza
quasi proverbiale di Innocenzo X 'quel suo aspetto satirico, saturnale,
ruvido e bruttissimo' che faceva sospettare ai contemporanei, e
soprattutto ai nemici, uno 'spirito contumace'; il risultato è
un capolavoro di fondamentale importanza, nel quale l'artista ha
conservato nei secoli l'indimenticabile volto arcigno, dallo sguardo
vivido e onnipresente. Il dipinto venne eseguito da Diego Velázquez,
probabilmente fra la fine del 1649 e il gennaio del 1650.
Nei diciotto mesi del suo soggiorno romano, l'artista eseguì
una serie di altre prestigiose commissioni di ritratti: della cognata
del papa, Olimpia Maidalchini, del nipote adottivo Camillo Astalli
Pamphilj, del principe Camillo Massimi. Rimasto sempre presso la
famiglia Pamphilj, il ritratto non è citato con chiarezza
dall'inventario di Camillo Pamphilj del 1666; potrebbe essere, dalla
posa del personaggio descritto e dalle dimensioni, quel "quadro
in tela con cornice di sei p.mi con ritratto di Papa Innocenzo a
sedere con cornice dorata", descritto "nelle camere dove
morì la gl. mem. dell'Ecc.mo S. Pr.pe ".
Per trovarlo indicato con esattezza, collocato in un luogo preciso,
bisogna attendere l'inventario di Giovanni Battista, figlio di Camillo
ed erede del titolo. Qui si descrivono, nel "salone grande",
molti dei dipinti ancora in situ ("papa Innocenzo X di p. 5
e 6 a sedere mano di Diego Valasco con cornice liscia indorata").
La citazione è importante poiché non capita molto
spesso, negli inventari secenteschi, che i ritratti siano attribuiti;
l'eccezionalità dell'evento, la grande reputazione che l'artista
si era acquistato a Roma come specialista proprio quando aveva dipinto
Innocenzo sono probabilmente le ragioni di questa circostanziata
menzione.
Nel 1794 esce a stampa, scritta da Salvatore Tonci e diretta "agli
amatori della pittura", la prima guida completa della Galleria
Doria, con lunghi commenti sui dipinti più interessanti;
il ritratto di Velázquez si trova, come nel rilievo attribuito
a Nicoletti, nel terzo braccio, dove era ancora visibile nel 1818.
Il Tonci ne parla con toni ammirati, soprattutto per come l'artista
ha saputo creare i difficili accordi e contrasti, tutti sui toni
del rosso, raggiungendo "un effetto così terribile,
così forte e così armonioso insieme, che gran disgrazia
è per tutti i quadri, che vi si trovano all'intorno".
A farne le spese è soprattutto la pallida Madonna che adora
il Bambino di Guido Reni che, pur essendo un quadro "superbo
(...) rassembra, al di lui confronto, di carta pecora.".
Se nelle sue "Passeggiate" Stendhal inserisce il palazzo
fra i passaggi obbligati del visitatore straniero, per le "magnifiche
gallerie" che contiene, l'entusiasmo dimostrato da Tonci per
il ritratto di Innocenzo in particolare è presto condiviso;
una guida inglese attribuisce all'autorevole parere di Reynolds
il giudizio sul dipinto di Velázquez, "the finest picture
in Rome ".
Che il quadro abbia un rilievo particolare all'interno della Galleria,
sia come emblema del potere raggiunto in passato dalla famiglia,
nonché per il generale apprezzamento delle sue qualità
pittoriche, sembra rendersi conto, a metà dell'Ottocento,
anche il proprietario, il principe Filippo Andrea V.
Affidando la riorganizzazione del palazzo e dei Musei all'architetto
Andrea Busiri Vici, accoglie l'idea di isolare il ritratto in uno
dei due padiglioni con cui Busiri definisce, alle estremità,
il braccio della Galleria sul Corso.
È dunque a metà dell'Ottocento che si fa strada l'idea
di separare il dipinto dal resto della collezione, e che si delinea
l'origine della sua attuale collocazione isolata. Anche se all'epoca
era ancora in compagnia di altri ritratti, secondo la descrizione
del catalogo a stampa della Galleria voluto dal Principe Filippo
Andrea, ed uscito nel 1855, nel 1876 il Gabinetto sarà già
citato come "stanzino di Velázquez".
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