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In questo dipinto l'artista ha relegato sul fondo, come di consueto,
l'episodio principale, cioè il peccato originale di Adamo
ed Eva, in dimensioni molto ridotte, mentre ha utilizzato lo spazio
principale per dispiegare il ricco bestiario del Paradiso Terrestre.
I molti piani spaziali si confondono quindi nel brulichìo
degli animali e nel crescere disordinato delle piante, con una visione
totalmente antitetica ai coevi dipinti di paesaggio formulati in
Italia, ordinatamente composti in perfette gabbie prospettiche e
costituiti da pochi elementi topici ricorrenti.
L'opera di Bruegel, caratterizzata da un campionario animalistico
e botanico da vera "Wunderkammer" e da uno stile micrografico
finemente dettagliato, ebbe grande diffusione tra gli artisti contemporanei,
creando una corrente di veri e propri imitatori che replicarono
in modo seriale i temi allegorici o semplicemente decorativi creati
con innegabile fascino dal maestro.
L'attività di Bruegel si lega all'esordio del genere della
natura morta, che vide i suoi inizi proprio con il passaggio in
Italia di artisti dei Paesi Bassi e con la propensione tutta nordica
a ritrarre il naturale con attenzione scientifica e gusto enciclopedico.
La Galleria Doria Pamphilj ospita diverse opere di Jan Bruegel
dei Velluti, artista che incontrò grande favore in Italia
tra i collezionisti, a partire dalla sua sosta a Roma, tra il 1591-95
e dal suo successivo soggiorno milanese presso il cardinale Federico
Borromeo.
Il dipinto, firmato e datato 1612, presenta stringenti affinità
stilistiche e compositive con "L'imbarco sull'arca di Noè"
(attualmente in collezione privata), opera anch'essa firmata e datata
1613.
In quest'ultima tavola infatti si ripetono identici o con lievi
variazioni molti degli animali che compaiono in questo "Paradiso
Terrestre", come la coppia di leoni, quella di leopardi, i
buoi, il cavallo, testimoniando così il riuso da parte dell'artista
di un repertorio fisso di animali da cui attingere e variare con
pochi elementi le composizioni. In particolare i due leopardi sulla
destra del dipinto sono tratti da un quadro di Rubens, raffigurante
"Un Satiro e una ninfa", eseguito forse verso il 1611.
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