| Il primo (FC 130) è citato in antico
da M. MICHIEL (Notizie d¹opere di disegnoŠ, ed.
a cura di J. Morelli, Bassano 1800, p. 18: un ³quadro
in tavola delli retratti del Navagiero e Beazzano fu de mano
di Raffael d¹Urbino² a Padova, in casa di Pietro
Bembo, donato nel 1538 a Beazzano. Costoro erano stati a Tivoli
(1516) con Baldassarre Castiglione e Raffaello.
Fu Aldobrandini almeno dal 1603 (cfr. D'ONOFRIO 1964, p. 17,
n° 2: "Due ritratti insieme di mano di Raffaello",
ivi anche ante 1665: "un quadro in tela sopra la tavola
di Bartolo e BaldoŠ Segnato 2"; così anche
BELLORI, Nota delli museiŠ, Roma 1664, p. 61), 1638 (f.
879v: portato dalla residenza di Magnanapoli in quella al
Corso, f. 38r; 1646 (c. 1), 1682 (AAM, 1963, p. 75). TONCI
(1794, pp. 72-73) insiste sul colore veneto e PASSAVANT (Raphael
d¹Urbin et son père Giovanni Santi, ed. Paris
1860, II, p. 238) parla di copia. Questi e altri vecchi dubbi
di carattere iconografico e attributivo derivano da un certo
cliché sull'artista e dalla citata memoria come tavola.
Ma le carte Aldobrandini chiariscono che era "in tela
sopra tavolaв, secondo una prassi diffusa, per
rafforzare i primi fragili supporti tessili (così è
ancora la mantegnesca Presentazione al Tempio di Berlino).
L¹identificazione degli effigiati divenne convenzionale:
Bartolo e Baldo, Lutero e Calvino (inv. di G.B. Pamphilj,
1684; GARMS 1972, p. 320, come Giorgione, idem 1710, p. 665;
1747, c. 166v: "due ritratti").
La critica recente ha in prevalenza accolto con cautela il
nome di Raffaello (P. DE VECCHI, Raffaello. La Pittura, Firenze
1981, p. 251, n° 73). È in realtà un suo
importante testo autografo, singolarmente articolato al suo
interno. La figura sulla destra è tipica: l¹armoniosa
rilassatezza corporea, evidente nelle spalle, nonché
certi caratteristici tratti fisionomici, come gli occhi sporgenti.
Mentre l¹altra (Navagero; cfr. anche LITTA, Milano 1842,
XIII/91) ha una diversa baldanza, con lumeggiature più
violente e drammatiche, sulla fronte e sulle pieghe del mantello
scuro (un pentimento è nella scollatura).
Il quadro mostra una netta componente veneta, che ha fuorviato
la critica da oltre un secolo e mezzo. È una dinamica
di lumi che fa pensare più all¹osservazione del
linguaggio di Sebastiano del Piombo, che non a quello del
Lotto, ripetutamente tirato in ballo a proposito di alcune
parti della Stanza di Eliodoro. Sebbene si debba considerare
una possibile eventuale collaborazione con Sebastiano, tale
sviluppo interno pare ulteriore prova della geniale reattività
di Raffaello agli stimoli esterni.
Quando nel 1713 la tela era nella "quarta stanza"
del palazzo al Corso, accanto alla Maddalena di Caravaggio,
venne pagato Michelini per aver "ripolito, e stuccato
molti buchi ad un quadro di palmi 3 e 4 di mano del Giorgione
rappresenta Bartoli e Baldo" (f. 209r). Successivamente
dev'essere stata rifoderata (e poi ancora ritensionata), con
una leggera decurtazione dei bordi laterali e un ingrandimento
di quelli verticali. Lo stato di conservazione è molto
buono, eccettuati pochi danni localizzati (restauro 2003,
Giantomassi).
A cura di Andrea De Marchi |