Salomè con la testa del Battista
Tiziano Vecellio

In questo precoce capolavoro, Tiziano ha rappresentato Salomè accompagnata da un'ancella, con il vassoio nel quale secondo il testo evangelico Salomè consegnò il capo di Giovanni ad Erodiade. La capigliatura rossa ricade languidamente scomposta sulla spalla, come conviene alla figliastra di Erode, nota per le sue qualità di danzatrice, e lo sguardo sognante e quasi interrogativo che non sembra addirsi all'eroina volitiva e impavida Giuditta, con la quale alcuni autori hanno identificato la figura femminile del dipinto.

Il gruppo iconografico della testa mozzata sul piatto, come messo in luce da un altro celebre scritto di Panofsky (Studies in Iconology, 1939), trascrive letteralmente la vicenda biblica della morte del Battista.

Così in Germania e in Italia Settentrionale si diffuse un'intima associazione iconografica tra i temi di Giuditta e Salomè, tale da creare un'immagine autonoma a carattere iconico e devozionale.

La scena si accende per opera del rosso infuocato del manto della fanciulla, rivelando il vero temperamento tizianesco, che emoziona lo spettatore con gli accostamenti cromatici e il vibrante impianto tonale.

L'opera, già segnalata alla fine dell'Ottocento nel catalogo di Pordenone (Cavalcaselle, 1878) e poi di Giorgione (Justi, 1908) è uno splendido esemplare giovanile di Tiziano, come intuito per primo da Morelli (1892), proposta poi unanimamente accolta.

Nonostante la comprovata autografia, l'opera presenta però più di un problema critico, a partire dalla sua provenienza per arrivare al soggetto illustrato, tematiche peraltro connesse tra loro. Infatti, secondo quanto riportato dal catalogo fidecommissario di Sestieri (1942), la tela, una "Erodiade", sarebbe entrata a far parte della Galleria Doria Pamphilj soltanto dal 1794, dopo essere appartenuta al principe Salviati, alla regina Cristina di Svezia e al principe Odescalchi.

Tale "iter" è stato in seguito smentito da Wethey (1969; cfr. anche Della Pergola, 1960), il quale identifica la "Salomè" Doria con una "Erodiade" documentata nel 1592 presso la collezione di Lucrezia d'Este, finita poi al cardinale Pietro Aldobrandini e quindi passata alla nipote Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano e moglie di Camillo Pamphilj, poi al loro figlio Giovan Battista, destinatario dei beni della famiglia Aldobrandini in linea materna.