Piano Nobile

Benvenuto al Museo di Villa del Principe! Potrai visitare ora le stanze private del Principe Andrea Doria.

Le sale della dimora sono organizzate secondo il modello dei filtri gerarchici, in uso alla corte borgognona ed imposto da Carlo V alla corte spagnola. Alle prime stanze potevano accedere i gentiluomini di un certo rango mentre nelle successive avevano libero accesso solamente i membri della corte. Era necessario invece un invito esplicito del Principe per entrare nelle ultime sale, quelle più private.

Oggi questo onore è tutto tuo! Vieni a scoprire i segreti dell’appartamento del Principe.

Sala della Carità Romana

La Sala della Carità Romana era l’anticamera del contiguo Salone dei Giganti ma, in occasioni di minore importanza, poteva fungere anche da sala da pranzo. Nell’affresco della volta Perino del Vaga illustrò l’episodio detto “della Carità Romana”. La vicenda, narrata dallo storico latino Valerio Massimo, ha una forte connotazione di exemplum morale: un vecchio, condannato alla morte per fame in prigione, viene salvato dalla devota figlia, la quale allatta l’anziano padre attraverso le sbarre della cella, di nascosto ai carcerieri. La storia – suggellata dal lieto fine della grazia concessa al padre della giovane – è stata messa in rapporto con i temi della generosità e dell’ospitalità. Nella sala si conservano alcuni cartoni preparatori per gli arazzi della Battaglia di Lepanto, un dipinto allegorico che illustra il Passaggio del potere da Andrea a Giovanni Andrea I ed una serie di documenti originali e cimeli, tra cui un esemplare del Toson d’oro, l’ambita onorificenza ottenuta da Andrea Doria e da due suoi discendenti.

Salone dei Giganti

Questo ambiente rappresenta la sala principale dell’appartamento di Andrea Doria ed era il luogo di massima valenza cerimoniale del palazzo, sede di feste e di banchetti sontuosi: qui fu collocato il trono di Carlo V durante i soggiorni dell’imperatore nella Villa. Perino del Vaga affrontò la decorazione dell’estesa volta risolvendola in un’ardita composizione unica. Siglato in un angolo con il monogramma dell’artista, il grande affresco contiene numerosi omaggi ai grandi maestri conosciuti a Roma dall’artista, quali Raffaello, Michelangelo e Rosso Fiorentino.

Il tema raffigurato è quello di Giove che folgora i Giganti ribelli. Secondo il mito, narrato da Omero, Esiodo ed Apollodoro e ripreso poi da Ovidio nel primo libro delle sue Metamorfosi, i Giganti assaltarono l’Olimpo per spodestare gli dei del cielo. Ne seguì una feroce lotta vinta dagli dei olimpi, capitanati da Giove. La medesima scena si trova rappresentata anche nel Palazzo del Te a Mantova, eseguita da Giulio Romano per i Gonzaga nello stesso torno d’anni. La scelta di questo episodio probabilmente non è casuale, ma si lega in entrambi i casi alla lettura in chiave politica che di esso si poteva dare, secondo la quale la figura di Giove vittorioso sui giganti era intesa come allegoria dell’imperatore Carlo V trionfante sui suoi nemici.

Intorno all’affresco, una cornice in stucco reca motivi a grottesca e scene di sacrificio, ispirate alle decorazioni della Domus Aurea. Le lunette sottostanti presentano figure di divinità marine e fluviali.

La sala – qualificata da un imponente camino in marmo di Carrara e pietra nera di Promontorio, disegnato dallo stesso Perino e recante un rilievo con Prometeo che dona il fuoco agli uomini – ospita un ritratto di Andrea Doria in età avanzata ed un dipinto dedicato al cane Roldano, dono del re Filippo II a Giovanni Andrea I Doria. Nel Salone dei Giganti sono conservati gli eccezionali arazzi di Alessandro Magno.

Sala di Perseo

La sala, sulle cui pareti sono disposti teli di velluto seicenteschi, era probabilmente utilizzata come camera da letto per l’inverno: il suo affaccio a sud permetteva di godere di temperature più favorevoli. Nelle lunette è qui rappresentata la Storia di Perseo, eroe sottoposto a dure prove e capace di ristabilire la concordia, allusione alle virtù di Andrea Doria e al ruolo di pacificatore di Genova. Perseo, figlio di Danae e di Giove, fu incaricato da Polidette dell’ardua impresa di uccidere Medusa, capace di pietrificare con lo sguardo. Grazie alla protezione di Minerva, Perseo riuscì nell’intento, mozzando la testa di Medusa e servendosene poi per tramutare in pietra lo stesso Polidette. Nel corso del suo avventuroso viaggio egli liberò Andromeda, incatenata ad una roccia e minacciata da un mostro marino, che divenne sua sposa.

Sala dei Sacrifici

Perino dipinse nelle lunette di questa sala Scene di sacrificio agli dei pagani. Nei triangoli sopra le lunette, detti “celetti”, sono rappresentate divinità entro ottagoni, tra cui Giunone e Venere, ben riconoscibili per i loro attributi del pavone e della colomba. Nei riquadri della volta si scorgono altre figure e scenette mitologiche, inserite in una minuta partizione ispirata ai soffitti della Domus Aurea di Nerone, che Perino ben conosceva. Data la prevalenza del tema religioso, pur espresso in termini classici, è probabile che si voglia in questo caso alludere alla pietas del committente Andrea Doria. Nella sala sono esposti tre arazzi della serie dei Mesi, tessuti a Bruxelles intorno al 1525.

Sala dello Zodiaco

La stanza prende il nome dai segni zodiacali raffigurati sulle lunette. A causa dei danni della Guerra (1944), sono attualmente conservate solo le lunette dell’angolo sud est, che recano i Pesci e l’Acquario; a fianco di quest’ultimo, è ancora parzialmente leggibile il Capricorno. Al centro della volta, in un bassorilievo a stucco, è rappresentata la Fenice. Il tema principale della decorazione era certamente la rappresentazione dello scorrere ciclico del tempo, scandito dai mesi e dalle stagioni; è possibile che vi sia anche un’allusione all’oroscopo del Doria, secondo un uso rinascimentale che ha il suo esempio più noto nell’affresco del Peruzzi per la Villa Farnesina di Agostino Chigi a Roma, ma la scomparsa di elementi significativi della decorazione non consente di affermarlo con sicurezza.

Sala di Paride

La sala fa parte delle aggiunte al nucleo originario del palazzo volute da Giovanni Andrea I Doria, qualificate negli anni Novanta del ‘500 da un ciclo decorativo unitario, eseguito a stucco dal plasticatore urbinate Marcello Sparzo. La tematica della volta, distrutta dai bombardamenti del 1944, era di tipo “privato” e amoroso: raffigurava il Giudizio di Paride, la cui scelta è forse legata alle celebrazione delle nozze, nel 1594, tra il primogenito del Doria, Andrea II, e Giovanna Colonna. Nella sala sono collocate tre splendide tele eseguite da Domenico Piola nel 1671 per celebrare l’unione tra Giovanni Andrea III Doria e Anna Pamphilj. Intorno all’aquila araldica dei Doria, protagonista delle scene, si scorgono putti con gli emblemi delle arti, della musica e della guerra, simbolo del mecenatismo e del valore del casato.
Nonostante Genova fosse una Repubblica, per tutti Andrea Doria ne era il principe indiscusso. Per questo quando nel 1527 una discendente di Papa Innocenzo VIII Cybo lo sposò, la città salutò la sua prima e unica principessa. Il nome della sposa era Peretta Usodimare.

Nell’ala di levante del Palazzo, un intero appartamento fu approntato per lei e la sua personale corte. Perino del Vaga decorò le stanze di Peretta con temi amorosi, tratti per lo più dalle Metamorfosi di Ovidio.

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Salone del Nettuno

La decorazione della volta del salone di levante, secondo quanto ci riferisce Giorgio Vasari nelle sue Vite, fu la prima impresa affrontata da Perino del Vaga nel Palazzo; il pittore esordì raffigurando sul soffitto Nettuno che placa la tempesta dopo il naufragio d’Enea, un soggetto tratto dall’Eneide di Virgilio. L’artista volle utilizzare l’inconsueta tecnica della pittura ad olio su muro: ciò garantì l’efficacia degli effetti luministici ma condusse ad un precoce deterioramento della decorazione, che risultava del tutto perduta dal Settecento. Della scena affrescata da Perin del Vaga rimane un disegno dell’artista conservato al Louvre.

Nel 1845 Annibale Angelini, restauratore e scenografo, ridipinse la volta con uno sfondato architettonico illusionistico al cui interno pose lo stemma Doria Pamphilj e la personificazione dei fiumi Tevere ed Eridano: è questa ampia esercitazione prospettica, ormai fortemente scurita, a caratterizzare oggi la volta del Salone del Naufragio.

Sulle pareti laterali è conservata la serie di arazzi dedicati alla Battaglia di Lepanto, nella collocazione originale per la quale furono concepiti sul finire del XVII secolo.

Sala di Psiche

Simile per dimensioni e struttura della volta all’attigua Sala di Aracne, questa stanza fu pesantemente colpita dai bombardamenti del 1944, che hanno distrutto larga parte del soffitto. Nelle lunette, recuperate grazie ad un importante intervento di restauro, è raffigurata la vicenda di Psiche e Amore narrata da Apuleio, interpretata durante il Rinascimento come allegoria neoplatonica dell’amore. Secondo il mito, Psiche, bellissima mortale, viene amata da Eros senza però poterlo contemplare; quando la fanciulla rischiara il buio della notte con una lucerna, una goccia d’olio cade sulla spalla del dio, che si sveglia e la abbandona. Sottoposta a crudeli prove da Venere, Psiche supera ogni ostacolo e, resa immortale, può finalmente unirsi all’amato per l’eternità. Nella sala è esposto il celebre ritratto di Andrea Doria eseguito da Sebastiano del Piombo per ordine di papa Clemente VII nel 1526, quando l’ammiraglio divenne comandante supremo della flotta pontificia. La Sala di Psiche conserva inoltre i ritratti di Giannettino Doria e di Giovanni Andrea I con il cane Roldano.

La Sala di Aracne o delle Metamorfosi

Nelle lunette della sala è raffigurata la storia, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, di Aracne, la quale, orgogliosa della propria abilità di tessitrice, osò sfidare Minerva e, perduta la gara, fu trasformata in ragno e così condannata a tessere in perpetuo la sua tela. Nel tessuto creato per la gara, Aracne aveva illustrato gli amori di Giove, qui rappresentati in una parte delle lunette. Nei pennacchi sono visibili dodici allegorie di Arti. La volta è stata restaurata nel 1998. La stesura originale è stata realizzata non ad affresco, ma con una tecnica a secco che prevede due strati pittorici sovrapposti: si tratta di un significativo esempio della varietà di soluzioni tecniche adottate dall’abile Perino del Vaga.

All’interno della sala si possono ammirare due ritratti femminili che raffigurano Zenobia, sorella di Giovanni Andrea II, e Anna Pamphilj, sposa di Giovanni Andrea III nel 1671. Nelle vetrine sono visibili dei piatti da parata in maiolica delle manifatture di Montelupo in Toscana e di Viterbo. L’arredo della stanza è costituito da un coerente insieme composto da due tavoli a capretta e un mobile a doppio corpo con inserti in avorio di manifattura napoletana seicentesca.

Sala di Filemone

Nel piccolo ambiente, “retrocamera” (ambiente di più ridotte dimensioni contiguo ad una stanza da letto, con funzioni di guardaroba) della Sala di Psiche, la decorazione cinquecentesca è in massima parte scomparsa sotto successive ridipinture. Nelle lunette della volta sul lato nord sono stati riconosciuti due episodi della storia di Filemone e Bauci, l’ospitale coppia di anziani che, senza riconoscerli, accolse nella propria casa Giove e Mercurio. Quale ricompensa, a Filemone venne concesso di esprimere un desiderio, che sarebbe stato soddisfatto. Filemone chiese di poter morire insieme alla moglie, e Giove esaudì la richiesta, trasformando i due vecchi coniugi in alberi. Le altre lunette recano invece raffigurazioni di paesaggi. All’interno della sala si possono ammirare il Ritratto di Francesco II Sforza, da Tiziano e il Ritratto del Cardinale Infante Ferdinando d’Asburgo, opera della bottega di Rubens.

Sala di Fetonte

Le lunette di questo ambiente, “retrocamera” della Sala di Aracne, recano l’illustrazione del mito di Fetonte, celebre esempio di superbia punita. Figlio di Apollo, Fetonte ottenne dal padre il permesso di guidare il carro del Sole, ma si rivelò troppo debole per trattenerne i focosi cavalli, che trascinarono il carro troppo vicino alla terra, rischiando di incendiarla. Giove fulminò allora il giovane e lo precipitò nel fiume Eridano (il Po), mutando le sue sorelle, le Eliadi, in pioppi e le loro lacrime in ambra. Si tratta di uno dei cicli più completi mai dedicati a questo tema, probabilmente alla base della fortuna di questa iconografia in ambito genovese. La volta della stanza reca una decorazione a grottesche. Attualmente la sala è allestita come camera da letto.