Gli Arazzi - Doria Pamphilj - da 500 anni contemporanei all'arte

Gli Arazzi

In occasione della visita dell’imperatore Carlo V, Villa del Principe era già traboccante di “panni de arazzi bellissimi che haverano bastato a ornare ogni casa regia, di figure molto ben fatte”. Così la descrive in una lettera a Isabella d’Este un gentiluomo presente ai festeggiamenti indetti dal principe Andrea Doria per accogliere l’Imperatore, e così appare ancora oggi agli occhi del visitatore delle sale del Museo.

A Genova, l’arte degli arazzi e della “tapeserie” ebbe nei secoli a cavallo del Rinascimento il suo periodo di massimo splendore, grazie soprattutto agli stretti legami economici della Repubblica marinara genovese con le Fiandre, la regione in cui gli arazzi venivano tessuti.

Oggi il museo di Villa del Principe ospita tre cicli di arazzi, risalenti al Quattrocento e al Cinquecento, per un totale di undici meraviglie del Rinascimento europeo.

GLI ARAZZI DI ALESSANDRO MAGNO

I due panni conservati nel Salone dei Giganti, raffiguranti le Storie di Alessandro Magno, sono considerati dagli esperti tra i più importanti arazzi del Quattrocento. Tessuti con filati d’oro, d’argento, di seta e di lana, furono realizzati intorno al 1460 a Tournai, nel Ducato di Borgogna che era allora – durante il regno di Filippo il Buono – uno degli stati europei più dinamici. I due arazzi, grandi poco meno di quaranta metri quadrati ciascuno, facevano probabilmente parte di un ciclo che il mercante ed imprenditore Pasquier Granier fornì al duca di Borgogna. Come è consueto per i panni di quest’epoca, non si conosce con sicurezza il nome dell’artista che preparò i cartoni: alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi di attribuirli al pittore Jacques Daret.

Le opere raffigurano diversi episodi della biografia e della leggenda di Alessandro Magno, considerato dai Duchi di Borgogna un modello di virtù politica e morale, sovrano giusto ed eroico e protagonista di imprese fiabesche.

Il primo panno descrive scene della giovinezza di Alessandro, come l’arrivo del crudele cavallo Bucefalo, poi domato dal giovane eroe, lo scontro con Pausania, la morte del padre Filippo ed il passaggio della corona all’erede. Il secondo arazzo raffigura, nella parte sinistra, la conquista di una città, descritta però come un assedio quattrocentesco. Il panno, infatti, riflette il mondo borgognone del XV secolo, ben rappresentato nel costumi, nella tipologia delle armi, nelle architetture degli edifici. Al centro dell’opera è mostrato un episodio che attinge dal racconto leggendario della biografia di Alessandro: l’eroe, seduto in una portantina ornata da pietre preziose, regge due aste rosse in cui sono infilzati dei prosciutti. I quattro grifoni incatenati alla gabbia, nel tentativo di raggiungere la carne, sbattono le ali sollevando Alessandro verso l’alto, sino a raggiungere il Paradiso. Poiché il desiderio di conoscenza del sovrano macedone non si placò, egli decise di spingersi a visitare gli abissi marini. A destra si vede Alessandro all’interno di una botte di vetro che si fa calare sul fondo del mare, con in mano due fiaccole necessarie ad illuminare il buio dell’abisso. Nell’angolo in basso a destra, infine è presentato l’ultimo capitolo del “romanzo”, in cui il Macedone, dopo aver conquistato tutti i popoli del mondo, raggiunge i confini estremi della terra e uccide i mostri che li abitano.

L’iconografia di questi splendidi arazzi si basa sul Romanzo di Alessandro, una raccolta di numerose leggende che iniziarono ad essere scritte subito dopo la morte dell’eroe e che, attraverso diverse traduzioni, giunse fino al Medioevo, quando i racconti sul Macedone furono interessati da diverse rielaborazioni.

GLI ARAZZI DEI MESI

La serie completa dei “Mesi”, replica coeva di un ciclo realizzato a Bruxelles intorno al 1525, era composta da dodici arazzi e compare nell’inventario dei beni appartenuti ad Andrea Doria. Dopo alcune dispersioni, oggi la collezione Doria conserva tre esemplari della serie. Ciascuno dei panni presenta un tondo centrale, all’interno del quale è presentata la divinità che la tradizione mitologia associava al mese in questione. Intorno ad esso sono raffigurate un serie di attività, soprattutto agricole, connesse al periodo dell’anno rappresentato. Queste scene sono incorniciate dalla presenza di figure di venti e di divinità minori legate al mese.

L’arazzo di Gennaio reca la raffigurazione del segno zodiacale dell’acquario. La scena principale è dominata dalla figura di Giano bifronte, la divinità che dà il nome al mese; il dio, vestito con abiti sontuosi riconducibili alla moda rinascimentale, è seduto ad una tavola imbandita e tiene in mano le chiavi del tempio a lui dedicato, le cui porte venivano aperte in tempo di guerra e chiuse in tempo di pace. Accanto a Giano compaiono Bacco e Cerere, mentre negli angoli superiori sono raffigurate Giunone, con il suo carro trionfale trainato da due pavoni, ed Iride, la divinità alata messaggera degli dei.

Il panno dedicato a Febbraio presenta nel medaglione centrale, sormontato dalla raffigurazione del segno zodiacale dei pesci, la divinità Februa, personalità dei riti di purificazione caratteristici del mese di febbraio nell’antica Roma. Ai lati della dea compaiono scene di lavori domestici e di vita quotidiana tipiche del clima freddo del mese. Gli angoli superiori dell’arazzo sono occupati dalle allegorie dei venti che muovono le nubi dalle quali cade la neve.

Il mese di Agosto è rappresentato da Cerere, dea delle messi e dell’abbondanza, raffigurata nel medaglione centrale dell’arazzo. Intorno alla divinità sono raffigurate un uomo a piedi nudi che batte il grano insieme a due donne con i figli, simbolo di fertilità. All’esterno del tondo centrale, in alto a sinistra, compare Segessa, la divinità latina che veniva invocata durante il raccolto delle messi. A destra è raffigurata una divinità minore identificata dalla scritta “Cuculina” la quale reca in mano una lunga pala, simbolo della sua connessione ai lavori e ai frutti della terra.

GLI ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO

Questa serie di arazzi, destinata ad ornare il salone del Naufragio, celebra la Battaglia di Lepanto, l’evento militare di maggiore rilievo del XVI secolo.

Nel maggio del 1571 Papa Pio V costituì la Sacra Lega riunendo il Papato, la Spagna, Venezia e la rivale Genova, in un clima di crociata contro gli infedeli. La vittoria cristiana alla battaglia di Lepanto registrò un rilevante successo per la Lega, interrompendo la decennale supremazia turca sul Mediterraneo.

L’insieme dei sei panni e dei due tramezzi conservati a Villa del Principe furono commissionati da Giovanni Andrea I, nipote e successore di Andrea, che partecipò alla spedizione di Lepanto. Il Doria affidò la realizzazione dei disegni preparatori a Lazzaro Calvi, che realizzò le scene centrali, e a Luca Cambiaso, che si occupò invece delle incorniciature e delle figure allegoriche. Gli arazzi furono tessuti a Bruxelles e vennero spediti a Genova nel 1591.

La sequenza degli episodi rappresentati ha inizio con La partenza da Messina della flotta cristiana, nel quale si racconta la partenza delle navi cristiane dal porto siciliano, sotto il comando supremo di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V. In basso a sinistra è rappresentata la “Capitana Nova” di Giovanni Andrea I, riconoscibile grazie alla presenza a poppa del fanale a forma di globo celeste, dono della moglie Zenobia. A sinistra della scena centrale compare l’allegoria della Concordia, caratterizzata dagli attributi iconografici del caduceo e della lira, a destra si scorge invece la Nemesi, identificata dalla presenza di un metro e del freno che le viene offerto da un fanciullo.

Il secondo arazzo illustra la Navigazione lungo le coste calabre, mostrando l’avanzamento della flotta cristiana alla ricerca dello scontro con le navi turche. Il panno immortala il momento in cui la flotta della Sacra Lega costeggiò le coste della Calabria in direzione di Corfù, isola al largo dell’Epiro, caposaldo veneziano.  Da lì giunsero poi a Lepanto, nei pressi delle isole Curzolari, anticamente conosciute come Echinadi, dove ebbe luogo lo scontro con l’armata turca. Le figure allegoriche che accompagnano l’episodio sono la Vigilanza, a sinistra, con gli attributi del gallo, della testa di leone e della gru e, sul lato opposto, il Dominio sul mare, caratterizzata da una folta chioma agitata dal vento e dal tridente di Nettuno.

Il terzo panno raffigura lo Schieramento delle flotte. A destra si vede l’armata turca, organizzata in una formazione continua, pensata con l’intento di aggirare le navi nemiche. I cristiani, a sinistra, si divisero invece in quattro corni: al centro si posizionarono le galee di Don Giovanni d’Austria, a sinistra quelle veneziane di Agostino Barbarigo e a destra quelle di Giovanni Andrea I Doria. In seconda fila si scorgono le navi della retroguardia, al comando di Alvaro Bazan. Tra i due schieramenti si vedono le galeazze veneziane, navi dotate di una ragguardevole potenza di fuoco, che si rivelarono decisive per le sorti della battaglia. Le allegorie della Speranza e della Prudenza affiancano la scena centrale, la prima caratterizzata da un giglio e la seconda da tre teste di animali (lupo, leone e cane).

L’arazzo dedicato alla Battaglia reca la rappresentazione dello scontro, che si rivelò estremamente sanguinoso. La vittoria della Lega Santa, in una battaglia le cui sorti rimasero a lungo in bilico, fu conquistata grazie alla superiore potenza di fuoco della flotta cristiana. Il panno mostra ai lati della scena centrale la figura della Fortuna, rappresentata in equilibrio su una sfera e accompagnata dall’emblema della cornucopia, e della Fortezza, caratterizzata dalla presenza di uno scheletro, di una corona e di un ramo di quercia.

Il penultimo panno è dedicato alla Vittoria cristiana e la fuga delle sette galee turche. Favorite dal sopraggiungere della notte, sette navi turche, comandate dal corsaro Uluç Alì, riuscirono a sfuggire alla cattura. Giovanni Andrea I, la cui nave si scorge impegnata nel vano sforzo dell’inseguimento, fu aspramente criticato per la sua scelta di interrompere lo schieramento cristiano nel tentativo di realizzare una manovra di aggiramento dei turchi. L’arazzo presenta diversi elementi di trionfo sul nemico, rappresentato in catene nella porzione inferiore del panno.

L’ultimo arazzo della serie raffigura il Ritorno a Corfù. La flotta cristiana, vittoriosa, trainò nel porto veneziano circa centotrenta navi turche prese prigioniere durante la battaglia. In primo piano è rappresentata la Capitana Nova di Giovanni Andrea con una preziosa preda di guerra: la nave ammiraglia turca. A corredo della scena vi sono la Gloria, caratterizzata dalla presenza di un cigno, e la Fama, con i suoi attributi della tromba, della lancia e le ali tempestate di occhi, orecchie e lingue.