Galleria

Galleria degli Specchi

Il Palazzo e la Galleria Doria Pamphilj

Costruito sul nucleo originario della residenza del cardinale Fazio Santoro datato ai primi del Cinquecento, il Palazzo Doria Pamphilj è un concentrato di arte e di storia, una storia fatta di nobiltà, politica e unioni tra alcune delle più grandi famiglie nobiliari italiane: dai Della Rovere agli Aldobrandini, dai Pamphilj ai Doria poi Doria Pamphilj, ai Facchinetti, ai Colonna, ai Borghese, ai Savoia.
La grandiosa residenza è il risultato di evoluzioni, annessioni e allargamenti che si sono succeduti per ben 500 anni per giungere a presentarsi oggi ai nostri occhi in tutto il suo secolare splendore.

Il cuore espositivo del Palazzo Doria Pamphilj è nei Quattro Bracci della Galleria, affacciati sul cortile interno bramantesco con le sue splendide arcate rinascimentali, così come nelle due grandi sale adiacenti, la Sala Aldobrandini e quella dei Primitivi, dove si concentrano la maggior parte dei capolavori della collezione privata della famiglia Doria Pamphilj. La Galleria ha acquistato il suo aspetto attuale fra il 1731 e il 1734, quando il principe Camillo Pamphilj iunior commissionò a Gabriele Valvassori il riadattamento del corpo di fabbrica più antico del palazzo, posizionato sulla via del Corso. I dipinti sono ancora disposti secondo l’allestimento tardo Settecentesco, documentato da un manoscritto del 1767 conservato presso l’Archivio Doria Pamphilj, grazie al quale i visitatori potranno godere di un approccio esclusivo alla collezione in un’atmosfera analoga a quella che respiravano gli ospiti nella seconda metà del ‘700.

La visita si apre con i grandi Saloni di rappresentanza riccamente arredati e magnificamente decorati.

Sala di Giove

Affacciandosi nella sala si vedono, procedendo da sinistra, tele di G. Contarini, J.B. Weenix e G.B. Giovannini. Consoles e poltrone sono settecentesche, come pure la parte centrale del soffitto dipinto, mentre l’incorniciatura risulta successiva, di fine Ottocento.

Sala del Pussino

Il vastissimo ambiente è contraddistinto dai numerosi pezzi del Pussino, soprannome che Gaspard Dughet derivò dal cognato Nicolas Poussin, rispetto al quale ebbe una poetica più autonoma dai dogmi del Classicismo accademico. Le grandi tele più in alto, tranne quelle fra le finestre, risalgono al 1653-1654 e ospitano figure eseguite da Guillaume Courtois. Furono probabilmente ordinate per le sedi laziali di Valmontone e Nettuno, ma presto vennero portate qui. Sotto, distribuita su tutte le pareti, è una serie di paesaggi priva di presenze umane e dai formati diversi: alcuni sono immensi, altri medi, sino a sottili verticali e a larghi sopraporta. Sono immagini della campagna romana, che pare compresa forse per la prima volta nella sua potente intensità estiva, senza le distrazioni derivanti dai temi iconografici caratterizzati dall’uomo. Gran parte di questa sequenza fu in origine realizzata per oggetti davvero particolari: superfici dipinte su due facce, che servivano a dividere gli spazi e probabilmente a decorare e proteggere dei letti, secondo criteri per qualche aspetto influenzati da contatti con l’estremo Oriente.

Salone dei Velluti

Alle pareti sono gli antichi e preziosi velluti controtagliati che denominano la sala, mentre il soffitto si deve a Liborio Marmorelli, che operò nel 1768. Qui si trovano due importanti busti-ritratto scolpiti da Alessandro Algardi, nonché pregiati mobili, su cui poggiano piani in marmo bianco e nero d’Aquitania. Tali materie lapidee, variamente colorate, erano ottenute spesso riutilizzando frammenti archeologici, come mostrano molti altri pezzi della Galleria e come era uso della Roma barocca. Due delle quattro tele maggiori, quelle con “Agar e l’Angelo” e col “Sacrificio d’Isacco” spettano a Pasquale Chiesa, pittore di Genova da poco riscoperto. L’”Agar e Ismaele” è invece del giovane Mattia Preti. La serie con “Apollo e le Muse” fu eseguita da Giuliano Bugiardini, un pittore fiorentino del Rinascimento, mentre un quarto elemento con “Le arti” è un completamento della sequenza eseguito dal romano Marco Benefial nel 1713.

Salone dei Velluti

Sala da Ballo

Antico Salone di Musica, composta di due ambienti contigui, venne completamente ridecorata nel secondo Ottocento ad opera dell’architetto Andrea Busiri Vici. Della precedente decorazione restano le grisaglie sulle parti curve del soffitto. Tra gli oggetti conservati nello stallo dell’orchestra vanno segnalati: una gabbia per uccelli datata 1767, un’arpa del XVIII secolo e due antiche livree. Lo spazio a fianco, il cui soffitto fu dipinto da Antonio Nessi verso il 1768, ospita quadri di pregio.

Sala da Ballo

Sala di Cadmo

Questo ambiente introduce alla Galleria e funge da raccordo fra i grandi saloni e lo sviluppo in lunghezza del Primo Braccio. Il soffitto venne decorato fra 1707 e 1769 e la disposizione dei dipinti sulla pareti rispecchia l’ordinamento settecentesco. Da notare i dipinti di genere raffiguranti Venditrici e Venditori, ingrandimenti di dettagli che compaiono nel “Banchetto campestre” di Teniers esposto nel Primo Braccio, e le “Nature morte” dipinte in olio su rame da Jan van Kessel il Vecchio con una tecnica quasi miniaturistica, che forniscono un esempio della preziosità e della raffinata abilità dell’artista fiammingo.

Galleria Aldobrandini (1° braccio)

Le formule decorative qui adottate dal pittore Ginesio del Barba furono dette “a uso chinese”. In questo segmento hanno preso posto da allora vari capolavori. Sulla sinistra è appesa la serie delle “Lunette Aldobrandini” di Annibale Carracci e di alcuni suoi affermati scolari, che promossero la pittura di paesaggio al livello dei generi di maggior successo. Nel giro di pochi anni quella tipologia raggiunse quotazioni assai alte, come indica la parabola professionale di Claude Lorrain, di cui sono ospitate sulla medesima parete quattro tele: le più famose sono “Le nozze di Rebecca” e “La Processione al tempio di Delfi”. Vi è poi una “Lotta di Putti” di Guido Reni, quasi una rappresentazione della lotta di classe fra amorini abbronzati (plebei) e pallidi (nobili), eseguita per ringraziare il marchese Facchinetti, dopo che l’ artista aveva rischiato un lungo soggiorno in prigione a causa di una lite con l’Ambasciatore di Spagna.

Gabinetto di Velázquez

Il Camerino contiene il capolavoro della raccolta, il “Ritratto di Innocenzo X” di Diego Rodriguez de Silva y Velázquez del 1650, la cui esecuzione s’inserì nella politica internazionale del tempo, segnata dal riavvicinamento del papato alla Spagna. L’immagine potentissima ritrae con assoluto realismo l’aspetto e finanche l’animo del pontefice, che lo definì “troppo vero”. Quell’impresa fu subito famosa a Roma, dove però non produsse influenze fra gli artisti locali, come evidenzia il confronto con uno dei due busti ritratto dello stesso papa, eseguiti in marmo da Gian Lorenzo Bernini, e ospitato nello stesso ambiente nel quale il papa Pamphilj mostra un piglio retoricamente eroico.

Galleria degli Specchi (2° braccio)

Questo braccio della Galleria reca nel soffitto “Storie di Ercole”, dipinte dal bolognese Aureliano Milani (1731-1734) secondo immaginifiche ipotesi che intrecciavano mito e araldica dei Pamphilj. Alle pareti sono affissi grandi preziosissimi specchi, fatti venire nel primo Settecento da Venezia con cura e impegno economico importanti anche per il delicato trasporto. Furono poco dopo collocate qui le molte statue, in gran parte archeologiche, e il grande vaso in porfido egiziano, fra i maggiori esempi del genere, realizzato poco oltre metà Seicento.

Salette sul Corso

Queste quattro piccole sale, che appartenevano all’appartamento cinquecentesco del Palazzo, furono restaurate tra il 1731 e il 1741 ad opera dell’architetto Gabriele Valvassori in asse con la meravigliosa “Galleria degli Specchi”. Le volte a padiglione vennero allora campite di architetture fantastiche con prospettive, ornati e fiori dal pittore e scenografo bolognese Pompeo Aldobrandini. In questi sontuosi ambienti, che affacciano sulla via del Corso, è attualmente collocata una selezione delle opere più significative che ornavano le splendide ville suburbane della famiglia Doria Pamphilj. Attraverso queste tele è possibile tracciare un profilo dell’evolversi nel tempo del gusto della “pittura in villa”, che nel primo Settecento sposta l’attenzione dai ritratti e dai dipinti di soggetto religioso ai paesaggi.

Gabinetto Tenerani

In corrispondenza con l’ambiente dedicato ai ritratti del pontefice Innocenzo X, si apre questo piccolo locale caratterizzato alla presenza dei busti di tre importanti personaggi della famiglia. Si tratta dei ritratti panneggiati all’antica del principe Filippo Andrea V Doria Pamphilj, della moglie Lady Mary Alethea Beatrix Talbot Doria Pamphilj e della sorella Lady Catherine Guendaline Talbot Borghese, molto amate dai romani per le opere di carità. I tre busti furono commissionati dal principe Filippo Andrea V allo scultore purista Pietro Tenerani, allievo di Canova, nel 1850.

Galleria Pamphilj (3° braccio)

Anche questo spazio fu decorato da Ginesio del Barba, negli anni 30 del Settecento. Procedendo lungo le pareti spicca la straordinaria e misteriosamente incompiuta “Allegoria” del Correggio, il “Paesaggio con Riposo durante la Fuga in Egitto” di Lorrain, un abbozzo per il S. Giuda di Barocci, il “San Giovanni Battista” e la “Santa Agnese” del Guercino e, al centro, la “Veduta del porto di Napoli” di Pieter Bruegel il Vecchio, primizia della pittura di veduta e rara opera per cui si può certificare l’esecuzione in Italia del grande artista fiammingo. Sopra di essa è un ovale di Guido Reni con la “Madonna che adora il Bambino”, la cui fama fu presto diffusa da decine di copie. Ripercorrendo lo stesso tratto si vede, fra le finestre, un “Adamo ed Eva nell’Eden” di Jacopo da Ponte detto Bassano. In alto è una “Madonna col Bambino e il Battista” di Giovanni Bellini. A metà è il busto di Innocenzo X in porfido egiziano e bronzo, eseguito da Alessandro Algardi.

Salone Aldobrandini

Ospita lacerti di affresco che risalgono alle fasi più antiche del complesso edilizio (1507), quando era la “sala pulcherimma depicta”. La sala venne ingrandita nel XIX secolo dall’architetto Andrea Busiri Vici e ancora ricostruita nel soffitto e nel pavimento dopo un crollo avvenuto nel 1956, causato da una straordinaria nevicata. Al centro è una grande scultura di marmo bicromo di età Antonina, ritrovata ad Albano a metà Ottocento, raffigurante un Centauro e alle pareti una ricca serie di sculture archeologiche, fra cui spiccano alcuni sarcofagi. Tra i quadri è necessario citare le due meravigliose tele con la “Maddalena penitente” e il “Riposo durante la Fuga in Egitto” del giovane Caravaggio. Un altro quadro di simile soggetto è di Pier Francesco Mola, grande pittore del Seicento, che aprì una lunga serie di contese legali fra artisti e committenti Pamphilj. Ad essa corrisponde la grande tavola con la “Deposizione” di Giorgio Vasari, già nella chiesa di S. Agostino e acquisita da Camillo Pamphilj nel 1661. Al centro è la grande pala con il “Sacrificio di Noè” dipinta da Ciro Ferri, pittore pienamente barocco, che eseguì vari importanti incarichi commissionatigli da principi della famiglia.

Salone Aldobrandini

Sala dei Primitivi

È qui riunita una importante serie di quadri, in prevalenza eseguiti su tavola, supporto meno sollecitato dai mutamenti climatici e che offre una maggior stabilità ai dipinti. Spiccano l’”Annunciazione” di Filippo Lippi, le “Storie di S. Silvestro” del Pesellino, quelle di S. Antonio Abate del Parentino, quelle della Vergine del senese Giovanni di Paolo e il tondo con le “Mistiche Nozze di S. Caterina” di Domenico Beccafumi.
La bella sala offre poi una rassegna sull’arte a Ferrara nel primo Cinquecento con la serie di pannelli dei maggiori pittori di quel periodo, stilisticamente ben connotati: il Garofalo, il Mazzolino e l’ Ortolano. La splendida tavola di Memling con la “Crocifissione” costituisce, infine, uno degli esempi di maggior importanza del ricco patrimonio artistico Doria Pamphilj per quanto concerne la pittura dei Paesi Bassi.

Sala dei Primitivi

Galleria Doria (4° braccio)

Le grottesche di questo soffitto sono ottocentesche. La “manica” inizia con il celebre busto di Alessandro Algardi di Olimpia Maidalchini Pamphilj, il cui manto gonfio di vento evidenzia l’intima vicinanza fra le tendenze barocche e quelle classiciste, che pure erano allora contrapposte. Algardi riuscì a rendere leggiadra la corpulenta principessa. Poco lontano sono le due notevoli tavolette del Parmigianino. Meritano attenzione un S. Girolamo di Ribera e una serie di straordinari pezzi di Jan Brueghel: le tavole dei Quattro elementi, due Paradisi terrestri e una Visione di S. Giovanni. Tornando a guardare le pareti fra le finestre, nella stesso percorso compiuto, si vedono opere fra cui spicca la notevole tavola con S. Sebastiano del veneziano Marco Basaiti. Al centro è il busto di Andrea Doria del 1844.